Domande frequenti

In questa pagina vogliamo raccogliere non solo alcune delle domande, ma anche alcune delle critiche che più frequentemente riceviamo relativamente all’italiano inclusivo.

Ovviamente non può né vuol essere una lista esaustiva e rimaniamo disponibili a ricevere altre domande e dubbi all’indirizzo riportato nella sezione Contatti.


Ma come si scrive in italiano inclusivo la preposizione articolata plurale carpiata retroversa…

Noi di Italiano Inclusivo non riteniamo di essere lɜ detentorɜ assolutɜ dell’autorità sulla grammatica di questa variante di italiano. Abbiamo solo fatto una proposta, ma ora la proposta è patrimonio dellɜ parlanti che vorranno adottarla. Come si declinerà ogni sostantivo, ogni aggettivo, ogni articolo, ogni participio presente, ogni preposizione articolata è qualcosa che saranno lɜ parlanti stessɜ a deciderlo, esattamente come avviene in ogni lingua viva.

Però è vero che siamo fra le persone che da più tempo parlano questa variante, quindi le nostre idee ce le siamo fatte. La maggior parte di queste sono esemplificate nella pagina Come si scrive. Per tutte le altre, in generale, basta seguire per analogia quegli esempi, o seguire il proprio senso linguistico: di solito non si sbaglia, e se si sbaglia… poco male. Le regole si stabilizzeranno col tempo e con l’uso e, soprattutto, con l’incremento delle persone che useranno questa variante.


Ma la lingua non si può cambiare a tavolino!

Le lingue, per loro natura, evolvono. Evolvono perché qualcunǝ dellɜ parlanti ha sentito la necessità di cambiar qualcosa nel modo in cui esprimeva un concetto, oppure nella sua lingua un certo concetto non era possibile esprimerlo, e si è inventatǝ una soluzione.

Ecco, è la stessa cosa che è successa con l’italiano: una persona che lo parlava aveva bisogno di esprimere qualcosa e la sua lingua non lo permetteva. Ci ha pensato e ha trovato un modo. Ha cominciato a usarlo, e questo modo ha iniziato a diffondersi. Come succede per tutte le evoluzioni linguistiche.


Ma questi cambiamenti non si possono imporre dall’alto!

Questa critica ha due problemi: “imporre” e “dall’alto”. Non siamo nessuna autorità linguistica, non siamo neppure linguistɜ (come qualcuno invece crede). Siamo semplici parlanti. Stiamo usando un modo nuovo di esprimere concetti che in italiano standard non era possibile esprimere. Non cerchiamo di imporlo a nessunǝ. Se si sta diffondendo, è perché sempre più persone ne sentono la necessità.

Questa critica di solito, viene posta in alternativa a…


Ma non siete neppure dei linguisti! Come vi permettete di inventare una modifica alla nostra lingua!

Ecco, appunto: non siamo linguistɜ (anche se ci sono fior di linguistɜ che appoggiano la nostra proposta). Ma non sono lɜ linguistɜ che si inventano le lingue e ne determinano le evoluzioni: sono le persone che le parlano, quando sentono l’esigenza di introdurre dei cambiamenti per esprimere costrutti che prima non era possibile esprimere.


Questi due caratteri aggiuntivi creano ulteriori difficoltà alle persone dislessiche.

Vero. Purtuttavia, difficoltà non dissimili a quelle che già causano alcune lettere del nostro alfabeto, quali “p”, “q”, “b” e “d”, oppure “u” ed “n”, o ancora “l” (L minuscola) e “I” (i maiuscola). Eppure nessunǝ si sognerebbe mai di chiederne l’abolizione perché… ci servono per comunicare. Altrettanto fanno la “ǝ” e la “ɜ”.


I software di lettura per non vedenti e ipovedenti non sanno leggere le parole scritte in declinazione inclusiva.

Vero. Ma è un problema assolutamente temporaneo, dovuto all’ancor scarsa diffusione dell’italiano inclusivo. Risolverlo non richiede che un aggiornamento del software. Per di più, in molti dei software che abbiamo testato, la pronuncia non è corretta ma il significato è comunque comprensibile.


Ma questa è una baggianata! Cercate di risolvere un problema inesistente stravolgendo la nostra bellissima lingua.

Nella nostra esperienza, in stragrande maggioranza chi ritiene che questi problemi siano inesistenti fa parte di una categoria privilegiata che questi problemi non li ha.

Esistono invece tantissime persone per le quali questi problemi sono, al contrario, sostanziali. Afferiscono al riconoscimento delle loro identità, della loro visibilità, della possibilità di parlare di sé e che altrɜ possano fare altrettanto.

Noi crediamo che queste persone abbiano altrettanta voce in capitolo, anzi forse di più, rispetto a chi crede che questo problema non esista.

Crediamo inoltre che il rispetto nei confronti di persone abbia un valore ben superiore del rispetto nei confronti di una fantomatica purezza immutabile di un oggetto immateriale, sia pure bellissimo, qual è una lingua.


Ma sono ben altre le battaglie importanti! Matrimonio egualitario, adozioni per tutti, parità negli stipendi, leggi contro l’omotransbifobia… state sprecando solo tempo!

Appunto: questo tipo di critica si chiama, come da incipit, benaltrismo. Ora: se probabilmente è vero che esistono battaglie più importanti, la battaglia per una lingua più inclusiva nulla toglie a queste. Anzi, probabilmente, rendere possibile parlare in modo non discriminatorio di persone di ogni genere è addirittura uno strumento abilitante per queste battaglie: perché ciò di cui non si può parlare spesso è culturalmente invisibile.


Anche il concetto di inclusività è oppressivo, perché c’è sempre una categoria privilegiata che, paternalisticamente, decide di includere una categoria discriminata che subisce passivamente questa inclusione forzata.

L’inclusività non presuppone necessariamente che ci sia una categoria privilegiata includente e una categoria discriminata inclusa. A riprova ne sia che questa proposta nasce dal basso, da persone che fanno parte di categorie discriminate che avevano bisogno di un modo per rappresentare semanticamente le persone di genere non binario ed i gruppi di generi misti. Come risultato, è la lingua stessa a diventare inclusiva, non una categoria rispetto all’altra.


Ma così, ancora una volta, rendiamo invisibili le donne!

Avere la possibilità di esprimere con una terza declinazione le persone che non si riconoscono nelle due declinazioni binarie non impedisce a chi lo desideri di usare il femminile. L’uso del femminile ovviamente rimane indispensabile in tutte le azioni tese a contrastare questa specifica discriminazione di genere.


Va bene, la “ǝ” permette di parlare delle persone non binarie; ma se domani esce fuori un’altra categoria che si considera discriminata, cosa facciamo, ci inventiamo un’altra lettera ancora?

Nella nostra idea, la declinazione che proponiamo è inclusiva e non comprende solo chi non si riconosce nel maschile e nel femminile, ma ogni persona. Per questo motivo, fin d’ora, comprende ogni possibile ulteriore categoria dovesse essere evidenziata un domani.


Ma si dice la schwa o lo schwa?

Garzanti, Treccani, De Mauro e probabilmente altri dizionari che riportano il termine schwa, o la sua italianizzazione scevà, affermano che è un sostantivo maschile. Ma visto che a noi di Italiano Inclusivo non piace dare per scontato che le cose debbano essere necessariamente sempre come dicono le grammatiche – altrimenti non avremmo inventato questa variante! – abbiamo fatto un paio di considerazioni al riguardo.

Innanzitutto, tutte le altre lettere dell’alfabeto sono al femminile: la a, la b, la c… la zeta. Perché mai creare una differenza proprio per questa lettera, che non farebbe altro che farla percepire come ancor più aliena alla nostra lingua? Già di ostacoli alla sua diffusione ne ha abbastanza!

Un altro motivo è che l’uso di una lingua più inclusiva è anche una battaglia femminista. Combatterla usando l’unica lettera declinata al maschile ci sembrerebbe paradossale, ancor più perché il maschile in questione deriva da un neutro tedesco e, quindi, è l’ennesimo caso di maschile inclusivo.

Il terzo motivo è che, anche grammaticalmente, scrivere la schwa è corretto in quanto, come per le altre lettere, si sottintende il lemma lettera. La [lettera] schwa, di conseguenza, è corretto.